Due ragazzi, Dublino, il mare
traduzione di
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Premio Letterario Giuseppe Berto «Combinando coralità, ironia e lirismo, O’Neill ha imbastito una storia tramata di fili che intrecciano l’insurrezione di Pasqua nella Dublino del 1916 con una delicata, mai provocatoria, vicenda di adolescenziali amori gay.» Repubblica «Un romanzo splendido e pericoloso: il tipo di libro capace di insurre chiunque a piangere e ridere in pubblico.» New York Times |
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Dublino, due ragazzi appena sedicenni vivono l’avventura di un’amicizia che cambierà la loro vita, in un momento molto particolare nella storia dell’Irlanda. Siamo infatti tra la primavera del 1915, in cui rimbombano in lontananza i cannoni della Grande Guerra, e la maledetta primavera del 1916, in cui i sogni di indipendenza dei nazionalisti irlandesi si spegneranno nella cosiddetta “Pasqua di sangue”. Jim è il timido e studioso secondogenito di un commerciante votato alla causa britannica. Doyler viene invece da una famiglia poverissima e ha dovuto rinunciare a una borsa di studio per lavorare in campagna, da dove è tornato col cuore pieno di ideali socialisti e rivoluzionari, senza tuttavia serbare rancore per la miglior sorte toccata a Jim. L’erotismo che tinge l’amicizia tra i due ragazzi resterebbe soltanto latente se non facesse la sua apparizione sulla scena, nel ruolo di mentore, Anthony MacMurrough, un anglo-irlandese in esilio da una ricca zia dopo aver scontato una condanna per omosessualità, che richiama la sorte toccata a Oscar Wilde. Fra i tre nasce un rapporto profondo, segnato dalla lealtà. E sarà proprio Anthony a correre in soccorso dei due giovani quando, all’alba della rivolta indipendentista, questi tenteranno una grande impresa a nuoto, attraversando le acque gelide della baia di Dublino fino a un isolotto dove sono determinati a piantare la bandiera della libertà.
Due ragazzi, Dublino, il mare è un ambizioso e complesso romanzo di formazione che a una narrazione sensibile mescola momenti di farsa, sprazzi di comicità, e accenti di lirismo in cui riverberano echi di James Joyce e di Flann O’Brien. E in cui il grande sogno di un’Irlanda libera si sovrappone a quello della liberazione omosessuale: due ideali per i quali – non dubitano i protagonisti-vale la pena combattere, sacrificarsi e se necessario anche morire.
Lo straordinario debutto di un nuovo, grande scrittore irlandese.
L’amore tra due ragazzi e la lotta per l’indipendenza dell’Irlanda in un commosso affresco storico.
Dublino 1915: due ragazzi di sedici anni, il bravo studente Jim, figlio di un ambizioso droghiere, e il ribelle Doyler, socialista e patriota irlandese, stringono un’amicizia che diventerà amore. Mentre Doyler insegna a Jim a nuotare, i due fanno un giuramento: la domenica di Pasqua dell’anno seguente attraverseranno a nuoto la baia fino al lontano faro di un’isola abbandonata, dove leveranno la bandiera verde dell’indipendenza irlandese. Così accadrà, e di ritorno a Dublino Jim e Doyler parteciperanno, con tragiche conseguenze, alla sfortunata rivolta contro gli inglesi.
È questa la cornice dell’ambizioso romanzo d’esordio di Jamie O’Neill, che si inserisce consapevolmente nella grande tradizione della letteratura irlandese che va da Wilde a Joyce a Beckett, ed è stato salutato come un capolavoro in Inghilterra, in Irlanda e negli Stati Uniti. Con una lingua sontuosa e suggestiva, O’Neill racconta la ricerca e la scoperta di un’identità, sessuale e politica, e parla con onestà e passione di amore e tenerezza, di storia e di eroismo.
NOTE BIOGRAFICHE – Jamie O’Neill ha dedicato dieci anni alla stesura di Due ragazzi, Dublino, il mare, accolto dalla critica anglosassone come uno dei maggiori romanzi di questi anni. Nato e cresciuto a Dun Laoghaire, nella contea di Dublino, si è mantenuto facendo il portiere di notte in un ospedale psichiatrico di Londra. Tornato in Irlanda, oggi vive a Galway.
topXV Edizione
Mogliano Veneto, 7 giugno 2003
Per la sezione di “Narrativa straniera” sono stati proclamati a pari merito:
François Lebouteux con Laurentius, (Edizioni San Paolo, 2003, pp. 252) ...
Jamie O’Neill con Due ragazzi, Dublino, il mare (Rizzoli Editore, 2003, pp. 594)
Le valenze scabrosamente omofile nell’amicizia dei due giovani protagonisti, risolte con equilibrio di tono anche dai risvolti d’ironia, al lettore danno immediatamente la percezione di un Bildungsroman, di un “romanzo di formazione”: ma quasi “a tesi”, che perciò si discosta da un modello peraltro spesso tenuto d’occhio, il celebre Le grand Meaulnes di Henri Alain-Fournier. In realtà Due ragazzi, Dublino, il mare è opera matura. Se da una parte l’efficace rievocazione della “Pasqua di sangue” 1916, che stroncò la rivolta indipendentista irlandese, è sovrastata a tratti da un eccesso d’aneliti per la “libertà omosessuale” dei due ragazzi e del più anziano loro mentore Anthony MacMurrough, dall’altra è lo stesso ritmo del racconto che finisce per prevalere, con gli echi della grande narrativa irlandese, da James Joyce a Liam O’Flaherty, da Flann O’Brien a Roddy Doyle.
L’originalità dell’intreccio, la forza visionaria unita alla chiarezza espositiva, le capacità evocative nelle stesse descrizioni ambientali che sempre sono in riferimento alle psicologie dei personaggi, fanno di Due ragazzi, Dublino, il mare uno dei più significativi romanzi dell’ultimo decennio. Da qui il successo del libro nel mondo anglosassone; e, da qui, la sua qualificazione al Premio Giuseppe Berto.
Jamie O’Neill ha dedicato dieci anni alla stesura di Due ragazzi, Dublino, il mare, accolto dalla critica anglosassone come uno dei maggiori romanzi di questi anni. Nato e cresciuto a Dún Laoghaire, nella contea di Dublino, si è mantenuto facendo il portiere di notte in un ospedale psichiatrico di Londra. Tornato in Irlanda, oggi vive a Galway.
top24.4.03
Dublino 1916, storia d’amore e indipendenza. Nel romanzo di Jamie O’Neill si incrociano passioni omosessuali e le prime battaglie per la libertà dell’Irlanda
«Jim e Doyler sono due ragazzi che si amano nella Dublino del 1915-16, scopriranno insieme la volontà di combattere per l’indipendenza del loro Paese: ecco, essenzialmente questa è la storia del mio libro». Jamie O’Neill sintetizza così, in modo molto minimale, il romanzo Due ragazzi, Dublino, il mare (esce in questi giorni da Rizzoli nella traduzione di Massimo Bocchiola), quasi 600 pagine, forse il caso letterario più straordinario di questi ultimi anni. Nel 2000, quando O’Neill aveva 39 anni e come lavoro faceva il portiere di notte in un ospedale psichiatrico di Londra, tutti i giornali inglesi dettero enorme rilievo alla notizia dell’anticipo che aveva ricevuto da Scribner (la casa editrice britannica che fa parte dell’americana Simon & Schuster): 250 mila sterline. Poi, sommando i diritti di pubblicazione in altri Paesi (Usa e non solo) e quelli della vendita per il cinema, si arrivò alla cifra di un milione di pound, pari a circa tre miliardi di vecchie lire. Si aspettava questo risultato? «No, per dieci anni, quelli che ho passato lavorando al Carrell Hospital, ho pensato solo a scrivere: mi ero innamorato di questo libro, ero già felice nel poterlo scrivere. Passavo le notti sveglio, mi pagavano per questo; l’altro portiere guardava la tv, io scrivevo sul mio computer portatile. Insomma, un periodo eccezionale: oggi dico che il National Health Service mi ha dato una borsa di studio».
Ma perché questa scelta di ambientare il racconto nel 1916? «Volevo andare diritto al cuore dell’Irlanda, a ciò che costituisce l’anima, il nucleo profondo della nostra identità nazionale. La Pasqua di Sangue del 1916 è il punto d’inizio della nostra storia moderna».
Eppure, mentre lei scriveva, Roddy Doyle pubblicò Una stella di nome Henry, anche quello ambientato negli anni della rivolta: per lei fu un problema? «No, io non avevo letto gli altri romanzi di Doyle, non lessi nemmeno quello. E poi quel libro indicava una tendenza in corso, si tornava cioè a parlare dei momenti cruciali della nostra storia: c’era stato il film su Michael Collins, sono usciti altri libri, e ora a Dublino per i turisti c’è pure un walking tour sui luoghi della Pasqua di Sangue».
Jim e Doyler, i due protagonisti, s’incontrano sulla spiaggia di Forty Foot: Doyler vuole insegnare all’altro a nuotare in mare aperto, a vincere la paura. Vanno in acqua nudi, ogni domenica, come si usa al Bagno degli uomini. Si piacciono, ma fra loro non ci sarà nemmeno un bacio. Solo la promessa di ritrovarsi lì, la domenica di Pasqua dell’anno dopo, 1916, per raggiungere un isolotto e piantarci la bandiera verde dell’Irlanda libera. Quel giorno, però, la storia avrà in serbo altri appuntamenti.
«Per tanto tempo l’omosessualità è stato un argomento tabù in Irlanda» dice O’Neill. «Solo da poco se ne parla, e da poco si sa che anche alcuni fra i padri della rivolta erano gay. Quand’ero ragazzo, l’Irlanda era un Paese povero, noioso, aveva poco da offrire a un giovane gay. Così decisi di andarmene per qualche giorno in Inghilterra, da amici. Era l’82, pensavo di restare una settimana, ci sono rimasto vent’anni».
E’ allora che Jamie O’Neill incontra Russell Harty, un popolarissimo conduttore di programmi Tv, e i due decidono di vivere insieme. Ma Harty muore nell’88. Nelle foto che escono su tutti i giornali, Jamie e Russell sono vicini: è così che i genitori di O’Neill vengono a sapere dell’omosessualità del figlio. Intanto i parenti di Harty lo cacciano di casa e Jamie si ritrova solo, senza soldi. «La povertà, la morte del mio compagno, l’orgoglio della mia identità sessuale: da tutto questo è nata l’idea del romanzo con cui ho vissuto per dieci anni, una notte dopo l’altra, nei turni di guardia del Carrell Hospital».
Ora, quel romanzo è un successo mondiale, i recensori hanno elogiato la prosa musicale di O’Neill, il suo maturo talento di narratore, la grande cultura letteraria. E il suo nome è stato iscritto fra quelli dei grandi irlandesi del Novecento, Joyce, O’Brien, Beckett.
Ma come nasce questo risultato, da quali studi, da quali letture? «La scuola che ho frequentato fino a diciassette anni non mi ha dato un granché: non leggevo niente. In casa, peggio ancora, non c’era nemmeno un libro: c’erano dei belli scaffali, ma servivano per appoggiarci sopra i souvenir di porcellana. Mio padre leggeva religiosamente ogni giorno il giornale, dalla prima all’ultima riga, e basta. La passione per scrivere è una cosa tutta mia».
Negli anni ‘80 O’Neill pubblica due romanzi, Disturbance e Kilbrack , che ora sono stati ristampati: «Kilbrack era un libro comico, con delle cose divertenti. Non furono certo dei bestseller, oggi mi sembrano lontani, come se appartenessero a una mia incarnazione precedente». Perché nasca il nuovo O’Neill ci vogliono dieci anni di lavoro, in cui prende forma una scrittura colta, ricca, colma di echi da Joyce che i recensori inglesi hanno abbondantemente indicato e lodato. Nulla, invece, sembra avvicinare Due ragazzi, Dublino, il mare alla produzione degli altri scrittori irlandesi contemporanei: Roddy Doyle, William Trevor, John Banville, Joseph O’Connor, tanto per citare quelli più amati di questa ultima decina d’anni. «Io non uso la loro prosa, non mi ci riconosco: è la scrittura del disincanto, della disillusione, di quello stato d’animo che ha segnato tutti gli irlandesi dopo che si accorsero che le loro aspirazioni erano state frustrate. Io volevo tornare alle radici, alla lingua esuberante, ricca, imponente degli inizi del secolo scorso, di quando tutto stava cominciando per noi».
La chiesa cattolica non deve aver molto gradito il suo romanzo, i religiosi che vi compaiono sono quasi sempre figure molto riprovevoli. «Ciò che ha disturbato il clero non sono tanto le figure di preti che cercano di approfittarsi dei ragazzi: in questi ultimi anni i giornali hanno tirato fuori un sacco di storie in merito, l’ipocrisia cattolica è finita sotto gli occhi di tutti. Forse la cosa che è dispiaciuta di più è il fatto che ho smascherato la menzogna di una chiesa cattolica a fianco della rivoluzione irlandese. I preti, salvo poche eccezioni, non hanno mai appoggiato la lotta per l’indipendenza, la democrazia e la repubblica. A loro stava bene il sistema gerarchico, la monarchia; un Paese cattolico ideale per loro era la Spagna di Franco».
Ranieri Polese
top17.5.03
Rizzoli manda in libreria due bellissimi romanzi: Il mare, il mare di Iris Murdoch, una delle voci più complesse della letteratura inglese (scomparsa nel ’99 e rievocata in Iris, il film tratto dalla toccante biografia del marito, il critico John Bayley) e Due ragazzi, Dublino, il mare del quasi esordiente Jamie O’Neill.
Il caso di O’Neill è unico. Già autore di due romanzi da lui stesso “ripudiati”, si è dedicato alla stesura di Due ragazzi, Dublino, il mare per dieci anni, mentre lavorava di notte come portiere in un ospedale psichiatrico. È stato ricompensato col maggior anticipo che un autore irlandese abbia mai ottenuto in Gran Bretagna. Tra i diritti di pubblicazione all’estero e quelli cinematografici, in pochi mesi (spifferano i tabloids) ha accumulato una fortuna da un milione e mezzo di sterline.
Combinando coralità, ironia e lirismo, O’Neill ha imbastito una storia tramata di fili che intrecciano l’insurrezione di Pasqua nella Dublino del 1916 con una delicata, mai provocatoria, vicenda di adolescenziali amori gay. Dopo un inizio vertiginoso, ispirato allo sperimentalismo linguistico di Joyce, la rete di storie si dipana tra crescendo e diminuendo in una sorta di esecuzione polifonica.
E non inganni la presenza della parola “mare” nel titolo della Murdoch e in quello del quarantunenne O’Neill. Terso in superficie, lo stile di Iris è sottilmente enigmatico almeno quanto lo è il suo protagonista, un regista shakespeariano ritiratosi a vivere da eremita in una casa sull’oceano. Il mare, il mare uscì nel ’78. Perché allora proporlo solo ora al pubblico italiano? E perché questo sorprendente ritorno di fiamma verso la narrativa irlandese? Il nesso causa-effetto tra l’ingresso nella Comunità Europea e l’apertura della passionale, cattolicissima e a lungo lacerata patria di Joyce al Vecchio Continente è scontato. Ma in Irlanda l’evento è andato oltre la politica. Ha innescato un boom economico e ha sancito la fine della colonizzazione culturale britannica, creando un ottimo fertilizzante per la creatività.
Il disgelo tra l’Ira e gli integralisti protestanti dell’Ulster ha messo fine a una sanguinosa guerra civile e reso meno odiosa l’Union Jack. Finalmente la piccola Irlanda può issare con orgoglio il vessillo dell’indipendenza intellettuale. E tuttavia sarebbe tempo perso compilare una mappa della nuova Terra Promessa della letteratura. Invano si cercherebbe un comun denominatore tra i mondi di Murdoch e O’Neill, così come sarebbe azzardato inventariare sotto la stessa etichetta la vena umoristica di McCarthy e l’estro surreale di Carlo Gébler, che in Tutto in un treno (Salani) rivisita le fiabe irlandesi in una chiave da Mille e una notte. Sarebbe impossibile persino tracciare una linea di demarcazione netta tra romanzo irlandese e inglese. Come in ogni rapporto di odio e amore, la commistione è inevitabile. Murdoch, anglo-irlandese, di famiglia protestante per parte di padre, ricevette il titolo di “Dama dell’Impero britannico”; O’Neill vive da 20 anni a Londra; McCarthy, madre irlandese e padre inglese, setaccia i pub del Cork alla ricerca delle proprie vere radici. La “New Wave” irlandese, insomma, vive ormai tra molti mondi. Facile prevedere che da questo gioco di rifrazioni si irradieranno altre splendide immagini narrative.
Massimo Dini